venerdì 30 novembre 2012

Ubuntu, guardare lontano

ATTENZIONE! Post lungo, prendetevi il tempo necessario! :-)
"Aveva la coscienza pulita. Mai usata." (Stanisław Jerzy Lec)
Il Software Libero come business

Una delle prime domande che si pone una persona quando si avvicina al Software Libero è "Se il software è distribuito gratuitamente, e mi posso farne copie legalmente e senza pagare licenze, come campa chi lo sviluppa?". Una persona, cresciuta vedendo le costose scatole di software in vendita sugli scaffali di negozi e supermercati (come il sottoscritto), o che è abituata a pagare una piccola fee per scaricare una app (come la generazione attuale), ha difficoltà a capire come funzioni l'industria del Software Libero. 

Le risposte alla domanda sono più di una. Chi sviluppa Software Libero può:
  1. modificare quello stesso programma libero (chi meglio di lui?) per persone o aziende che non sono in grado di farlo, o non ne hanno interesse
  2. sviluppare altri programmi a integrazione - liberi ma anche no - per chi ne ha bisogno ma non sa farlo o non ne ha interesse
  3. fornire supporto tecnico a persone o aziende che usano il Software Libero
  4. fornire servizi accessori come infrastrutture e (moda attuale) "cloud"
  5. vendere i supporti fisici con il software (DVD, CD ecc.).
Tutte queste cose le fa anche chi vende software proprietario, la vendita è appunto solo uno dei tanti modi per vivere di software.

Il "caso"

Canonical, che è il 50% dell'anima e corpo di Ubuntu (l'altro 50% è la Community) adotta le stesse risposte: fornisce assistenza, fornisce supporto, personalizza Ubuntu alle esigenze dei clienti, fornisce programmi accessori (anche non liberi, come Landscape), e ha un proprio negozio online, dove vende CD, DVD e altri gadget. Fin qui tutto bene.

I malumori sulle politiche remunerative di Canonical su Ubuntu sono iniziate solo recentemente, esplodendo in maniera dirompente con il caso "Amazon shopping lens". "Amazon shopping lens" è uno strumento di ricerca, disponibile da Ubuntu 12.10 in poi, integrato direttamente sul desktop di Ubuntu, che effettua ricerche sul sito di Amazon. In pratica digitando alcune lettere sulla "dash" di Ubuntu, il sistema cerca automaticamente i prodotti disponibili sullo store di Amazon, e visualizza i risultati. La ricerca sulla dash era inizialmente limitata alla ricerca di dati e programmi presenti sul PC, ma adesso permette di allargare le ricerche su Internet, sullo specifico sito del colosso americano delle vendite online.


Le critiche sulla "Amazon shopping lens"

Questa scelta, annunciata a sorpresa poche settimane prima del rilascio di Ubuntu 12.10 ha generato una serie di critiche da parte degli utenti. 

La prima critica è quella appunto dell'annuncio a sorpresa: l'inserimento di questa funzionalità è arrivato a ridosso del rilascio, quando (in teoria) modifiche non se ne potevano più fare. Una scelta così invasiva doveva forse essere condivisa con la Community, che contribuisce per molta parte allo sviluppo e alla diffusione di Ubuntu. In questo caso, le esigenze commerciali, con un probabile accordo tra le parti per sfruttare l'effetto sorpresa, hanno avuto però la meglio.

La seconda critica è quella sulla privacy: i dati delle ricerche viaggiano in chiaro su Internet, sono cioè visibili a chi avesse la santa pazienza di star lì a guardare i dati che passano su Internet. Malintenzionati potrebbero quindi "sniffare" i dati e scoprire i gusti musicali - e molto altro - di chi sta effettuando ricerche su Amazon dalla dash di Ubuntu. Scoprirebbe questo e poco altro in verità, ma potrebbe dare un discreto fastidio nell'animo sensibile delle persone che usano Ubuntu.

A questo, gli sviluppatori di Unity hanno risposto integrando una funzione per disattivare le ricerche, disponibile sulle "Impostazioni di sistema", nel pannello "Privacy". 


Questa scelta è detta "opt-out" (= è così definito il modo per togliersi di torno la pubblicità quando questa è inclusa nel prodotto). I più critici avrebbero preferito una "opt-in", che chiedesse esplicitamente di attivare l'integrazione ai soli interessati, ma tant'è. Comunque, si sta lavorando per migliorare la lens, introducendo: una gestione criptata dei dati per proteggere la privacy di chi usa la lens, un filtro al contenuto "non adatto" e migliore qualità delle ricerche.

Tutto questo serviva per spiegarvi il contesto, andando alla base delle motivazioni di Canonical

"Make it all make it sense"

Un vecchio spot dell'IBM recitava "Make it all make it sense" ("Fare tutto ha senso"): a quei tempi IBM era attiva su tutto lo scenario IT: costruiva computer, dal portatile al mainframe, sviluppava sistemi operativi, dal (compianto) OS2 per PC al MVS per mainframe, forniva consulenza e assistenza, erogava formazione. Un colosso. Poi le cose cambiarono, e IBM ha dovette restringere il proprio campo d'azione, lasciando o vendendo settori ritenuti poco remunerativi. 

L'arrivo di Linux sul mercato ha riportato in auge quel vecchio motto: Linux è un sistema operativo (vabbè, un kernel) così flessibile da poter girare "embedded" nella più piccola telecamera, ma anche nel 94% più potenti computer mondiali

Del resto lo stesso Mark Shuttleworth l'ha detto più volte, per esempio all'ultimo UDS-R:
"Ubuntu 12.10 was the beginning of this extraordinary push that we are making to create a open platform, a free platform, that spans everything from the phones, to the cloud and supercomputers" ("Ubuntu 12.10 è stato l'inizio di questo balzo straordinario che stiamo facendo, per creare una piattaforma aperta, una piattaforma libera, che si estende su tutto, dai telefoni, al cloud e ai supercomputer" - trad. by Dario)
L'obiettivo è di far girare Ubuntu (e quindi Linux) su tutti i sistemi che abbiano un processore (...in grado di far girare Ubuntu! ;-), cioè:



Ubuntu diventerebbe così un player mondiale, in grado di giocare il ruolo di terzo (o quarto) incomodo in molti dei settori di cui ho parlato in precedenza.

Alzare lo sguardo

Se pensiamo a questo scenario, guardando un po' più distante del contingente, possiamo vedere che il famoso bug #1 diventa solo uno dei tanti obiettivi potenziali di Ubuntu. Obiettivi ambiziosi, per cui è naturale per chi sta emergendo cercare accordi con tutti i giocatori in campo: Amazon è uno di questi, non è il primo e non sarà l'ultimo. Non si tratta di vendere l'anima al diavolo, bensì di mettersi in gioco accettando le regole, nell'impossibilità di imporle dal basso (dell'1% del mercato desktop, per dire).

Il ruolo della Comunità in questo contesto è dare un giudizio obiettivo a questi accordi, sottolineandone i difetti e contribuendo al miglioramento critico di Ubuntu. Un giudizio sicuramente di parte e appassionato, ma per questo tanto più sincero e attento. D'altra parte, Mark Shttleworth sta cercando di aggiustare il tiro: l'idea degli "skunk team" (esposta qui, e poi specificata anche qui), gruppi misti Canonical - Comunità che lavorano insieme a funzioni che non possono essere svelate subito al grande pubblico, ne è una dimostrazione, anche se all'inizio forse non è stata capita.

Finale a sorpresa

Poi comunque se ci pensate bene, Ubuntu ha già installato uno strumento:
  • che riconosce a Canonical una "affiliate revenue"
  • che fa ricerche in chiaro su Internet
  • che mostra contenuti "non adatti" e "non filtrati"
  • che registra tutte le ricerche effettuate e molto altro
  • che deve essere disabilitato a cura di chi lo usa (opt-out).

Voi sapete già di cosa sto parlando.


Dario Cavedon è un giovanotto di belle speranze, che ha passato i 40 ma non se li sente, è uno giovane dentro, anche se da fuori non si direbbe. Si dedica con passione alla diffusione del Software Libero, di Linux e di Ubuntu e di un sacco di altra roba, nel poco tempo che famiglia e lavoro gli concedono. Il resto lo potete leggere sulla breve biografia.
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