giovedì 28 marzo 2013

Ubuntu Kylin e la (mini) storia di Linux Comunista



In questi giorni si parla della novità di Ubuntu Kylin, versione cinese di Ubuntu, nata dalla collaborazione tra il Governo Cinese e Canonical. Come si legge nel comunicato stampa sul sito di Canonical:
"In the 13.04 release, Chinese input methods and Chinese calendars are supported, there is a new weather indicator, and users can quickly search across the most popular Chinese music services from the Dash. Future releases will include integration with Baidu maps and leading shopping service Taobao, payment processing for Chinese banks, and real-time train and flight information. The Ubuntu Kylin team is cooperating with WPS, the most popular office suite in China, and is creating photo editing and system management tools which could be incorporated into other flavours of Ubuntu worldwide."
 "In Ubuntu 13.04, saranno supportati i calendari e i metodi di input cinesi, ci sarà un nuovo indicatore meteo, e gli utenti potranno cercare velocemente i servizi di musica cinesi più popolari direttamente dalla Dash. I futuri rilasci includeranno l'integrazione con le mappe Baidu [motore di ricerca cinese ndt], e il servizio di acquisti Taobao, servizi di pagamento per le banche cinesi, e informazioni su treni e voli in tempo reale. Il team di Ubuntu Kylin sta collaborando con WPS [clone cinese di Microsoft Office ndt], la suite per ufficio più popolare in Cina, e creando strumenti di gestione e per il fotoritocco che potrabbero essere inclusi nelle altre versioni di Ubuntu in tutto il mondo."
L'utilizzo di Ubuntu in Cina inciderà sicuramente in maniera positiva sul risparmio di costi di licenze software che la Cina paga all'occidente. Quasi quanto (sembra) la pirateria.

Auguro a Ubuntu Kylin tutto il bene possibile, probabilmente i tempi sono maturi perché si realizzi l'utopia di una "autarchia cinese" nel software, se di autarchia si può parlare, visto che è una derivata di Ubuntu, con alcuni software in più sviluppati apposta per il mercato cinese.

Comunque, la storia di Linux nei Paesi che praticano il Socialismo risale a molti anni fa, e ha vissuto alterne vicissitudini.

Molto, molto tempo fa, in una Cina lontana

Il logo di Red Flag Linux 
(fonte: wikipedia.org)

Ricordo che negli anni 2000, fece un certo rumore l'apparizione Red Flag Linux, distribuzione cinese basata su Red Hat Linux, che sembrava destinata a imporre Linux in tutto il continente cinese. La distribuzione era finanziata dal Governo cinese, e nei piani doveva sostituire Microsoft Windows da tutti i PC governativi. L'ultima versione avvistata è la RC (release candidate) della versione 7.0 nel 2009.

Red Flag Linux 7.0 RC1
(fonte: redflaglinux.com)

La scelta di utilizzare KDE 4.*, che ai tempi era ben lungi dall'odierna stabilità, deve aver dato la mazzata decisiva alle velleità di dominio popolare del software libero nei confronti del capitalismo occidentale del software proprietario. Anche se secondo Distrowatch è ancora attiva, Red Flag Linux è ferma nello sviluppo, e questo è (di solito) il sintomo migliore per decretarne la morte (presunta).

Venne poi la volta di Asianux, distribuzione per server nata dalla fusione di Red Flag Software (che produceva appunto Red Flag Linux) e della giapponese Miracle Linux.

Asianux 3.0, imbarazzante la somiglianza 
con il Sistema Operativo Capitalista
(fonte: wikipedia.org)

Apparsa nel 2004, anche Asianux si perse nelle nebbie del Software Libero: l'ultima versione rilasciata è la 4.0 del 2011, poi più niente. Lo stesso sito ufficiale di Asianux, pur ancora registrato da Miracle Linux, ed è da annoverare tra le 400 e più distribuzioni Linux passate a miglior vita.

Sviluppatori di tutto il Mondo, unitevi!

Anche nella Nazione del Socialismo Reale, si è tentato di imporre Linux come Sistema Operativo di Stato, contrapponendolo allo strapotere americano. Il muro di Berlino era già caduto da un pezzo, e nel 2007, il presidente russo Dmitry Medvedev pose nello sviluppo di software libero le basi della sicurezza delle informazioni russe: prima del 2010 la Russia doveva avere un suo sistema operativo libero. Il consorzio Armada, a cui partecipava la distribuzione russa ALT Linux, basata su un fork di Mandrake, vinse l'appalto, e nel 2008 già più di 2.000 scuole partecipavano al progetto e la utilizzavano.

Alt Linux 6.0
(fonte: distrowatch.com)

L'ultima versione disponibile di ALT Linux è la 6.0, rilasciata nel 2011, ma lo sviluppo è tutt'ora attivo, e indipendente dalle altre distribuzioni del panorama Linux.

"Hasta la victoria! (quasi) Siempre!"

Altro Paese socialista, altra distribuzione. Restando tra le nazioni legate da filo rosso del comunismo, la distribuzione cubana Linux Nova, sviluppata dall'Università di l'Avana, di cui avevo dato notizia qualche anno fa. Dopo aver rilasciato qualche versione basate su Gentoo e Sabayon, nel 2011 passò a Ubuntu con la versione 2.1.

Linux Nova 2011, notate l'interfaccia grafica Mate 
(fonte: distrowatch.com)

Anche in questo caso, la distribuzione è ormai storia, e se ne sono perse le tracce nel 2011, dopo aver rilasciato la beta di Linux Nova 2011.

Essi sono tra noi


Il fallimento delle distribuzioni Linux nei Paesi che professano e praticano il socialismo, dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che, nonostante quello che Steve Ballmer pensa e dice, Linux - e il Software Libero in genere - è lontano dall'essere il prodotto di comunisti.

Oppure dimostra che nei Paesi a economia capitalista si annidano i peggiori e più pericolosi comunisti di sempre: gli sviluppatori. Questi personaggi dal dubbio profilo morale, che si riuniscono in eteree comunità virtuali (da notare che comunità e comunismo si accomunano nella radice) dai contorni indefiniti, stanno stravolgendo dal basso il modello di profitto basato sulla libera impresa e la ricerca della felicità, con lo scopo neanche tanto nascosto del dominio mondiale.

Segue risata malefica del Cattivo, la caratteristica: BUUUHAHAHAHAHAHA! mentre le luci si spengono virando al rosso. 
Sipario.

lunedì 18 marzo 2013

Google chiude Reader, ovvero "Standing on the hands of a Giant"

La prematura dipartita di Google Reader, il servizio di "Feed RSS" di BigG, ha lasciato molti dei suoi utenti sgomenti. Dal 1 Luglio di quest'anno, Reader cesserà di esistere, in quanto Google ha deciso di concentrarsi su pochi (!) altri progetti.

Alcune cose mi hanno colpito in questa vicenda.

La prima è l'enorme mole di utenti che ancora leggono notizie e aggiornamenti di blog con il sistema dei feed, nonostante i nuovi servizi e social media nati in questi ultimi anni. Nonostante alcuni considerassero i "feed" morti, e i blog con un piede nella fossa. Nonostante il browser Chrome abbia da sempre snobbato i feed. Ne è una dimostrazione, l'ondata di reazioni di stupore, molte delle quali risentite, e la petizione su Internet contro la chiusura di Reader, che in pochi giorni ha già superato le 100.000 firme.

La seconda cosa è che esistono decine di alternative a Google Reader, come descritto in questo articolo sul corriere.it o anche in quest'altro su wired.it. La sorpresa sta nel fatto che tutte queste alternative erano praticamente ignorate dalla stragrande maggioranza degli utenti, me compreso. Sono (siamo) così abituato a utilizzare gli innumerevoli servizi di Google, e a pensare che siano i migliori esistenti, che neanche mi pongo (ci poniamo) la domanda se esiste una alternativa, magari migliore. Questo è per me un fatto molto negativo, perché dimostra ancora una volta che si conosce e si usa solo il più diffuso, invece che il migliore.

Non tutto il male viene per nuocere: io ho scoperto NewsBlur  (grazie +Andrea Grandi) servizio gratuito (o a pagamento, 2 euro al mese per l'account "Premium"), basato su Software Libero, e che, volendo, chiunque può installare NewsBlur sul proprio server, e usarlo in alternativa a Reader.

La terza cosa è che usando software o servizi basati su software proprietari si mette la propria vita digitale nelle mani di chi può disporne come crede, anche decretandone la morte senza appello. Meglio quindi scegliere Software Libero, che permette sempre un'alternativa, una "exit strategy", anche se magari di non immediata soluzione.

Infine, il nostro destino web è per grande parte nelle poderose mani del Gigante "buono", Google. Questa è una della verità site nel lato incosciente del cervello, e lì resta fino a quando decisioni come quella su Reader fanno pensare "cavolo! adesso come faccio?!?". Io stesso ho messo nelle sue mani email, blog, documenti, foto, social network (e chissà cos'altro). Tutto nei server di Google (chissà dove nel Mondo).

Mi fa venire una certa apprensione l'essere coscienti che un domani tutto questo potrebbe non esserci più, oppure (orrore!) essere rinchiuso in un recinto di "account a pagamento" che limiterebbe la mia libertà nel disporre dei miei dati.

Il sottoscritto ha cominciato oggi un'opera di diversificazione della propria vita digitale, prendendo in considerazione alternative - possibilmente libere - a tutti i servizi Google. Temo infatti che il motto di BigG stia cambiando da "Don't be evil" (non fare il cattivo) in "Don't be SO evil" (non fare TROPPO il cattivo").

sabato 9 marzo 2013

Ubuntu sta lasciando indietro la Comunità Ubuntu?

 
 
C'è baruffa nell'aria (parecchia)

Questa è stata una settimana molto travagliata per Ubuntu. Tutto è cominciato con Martin "DoctorMo" Owens, contributore storico di Ubuntu, che con un post sul proprio blog ha annunciato l'intenzione di non rinnovare la propria membership su Ubuntu. Una decisione grave, le cui motivazioni possono essere riassunte nelle sue parole:
"But I have to be honest, there isn’t an Ubuntu community any more. There’s a Canonical community, an ubuntu-users gaggle and maybe an enthusiasts posse. But no community that makes decisions, builds a consensus, advocates or educates. It’s dead now, it’s been that way for a while."
"Se devo essere sincero, non esiste più una comunità Ubuntu. C'è una comunità Canonical, un branco di utenti e forse una gang di entusiasti. Ma nessuna comunità che assume decisioni, costruisce consenso, sostiene ed istruisce. Adesso è morta, c'è stata per un po' di tempo".
Parole pesantissime.

Al post di Martin, ne sono seguiti altri, leggendo il Planet Ubuntu li si può leggere in sequenza, che hanno ulteriormente alzato i toni dello scontro. É dovuto intervenire anche Jono Bacon, community manager di Ubuntu (e dipendente di Canonical), che ha scritto un post in cui ricorda quanto di buono fatto, e gli obiettivi per Ubuntu, che ha un'occasione unica per fare qualcosa di veramente importante nell'ambito del software open source.

Highway to hell

I fatti che hanno portato a questa situazione sono molteplici, gli ultimi che mi vengono in mente:
  • l'adozione di un modello "rolling release", al posto del ciclo di rilascio attuale, ogni 6 mesi
  • la decisione di svolgere le riunioni semestrali note come UDS (Ubuntu Developer Summit) online, invece che dal vivo, da qualche parte nel mondo
  • (infine, quello che ha fatto traboccare il vaso) la decisione di adottare Mir, un display server sviluppato in casa Canonical, invece del previsto Wayland
Negli ultimi anni, direi da Ubuntu 11.04 in poi, c'è stato un susseguirsi di annunci da Canonical che da una parte hanno proiettato Ubuntu davanti alle altre distribuzioni 1000 miglia, perché Ubuntu è davvero unica nella vivacità dell'innovazione e delle proposte.

Dall'altra parte, tutte queste novità, queste decisioni prese dietro porte chiuse (quelle di Canonical) hanno spiazzato la comunità - intesa come persone che contribuiscono volontariamente e gratuitamente - perché questa accelerazione l'ha tagliata fuori dal processo decisionale. Il progetto Ubuntu ha (avrebbe) uno sviluppo e una governance congiunta (Canonical + Comunità, con Mark Shuttleworth a far da dittarore benevolo). Lasciare fuori il 49% degli aventi diritto è grave. Qualcuno ha detto, riferendosi alle varie distribuzioni ufficiali, che ormai Ubuntu è la variante Canonical di Ubuntu.
 
Come secondo fattore, ma anche più importante, le decisioni prese da Canonical per Ubuntu si riflettono sulle derivate ufficiali (Kubuntu, Xubuntu e Lubuntu), che si trovano poi in difficoltà.

Per esempio: adottare Mir come display server, ha sicuramente impatto sullo sviluppo delle derivate, che si troveranno a dover interagire con un software nuovo, che dovranno integrare con i desktop environment utilizzati (KDE, XFCE, LXDE).

Ma anche come scrive Andrea Grandi sul suo blog: gli UDS online hanno vantaggi (maggiore interazione, maggiore partecipazione, economicità) e svantaggi (persone che non hanno accesso ai videoritrovi, mancanza della parte sociale dell'evento...), e probabilmente i secondi superano di gran lunga i primi.

Che ne sarà di noi?

Dal lato commerciale della vicenda le decisioni di Canonical sullo sviluppo di Ubuntu potrebbero essere corrette, solo il supremo giudizio Del Dio Mercato (divinità pagana a cui tutto si immola) potrà sentenziare.

Dal lato comunitario, spero che Elizabeth Krumbach, membro del Community Council di Ubuntu, e chi come lei, riescano nel proposito di ricucire i pezzi. Certo è che questa è la peggiore crisi mai vissuta da quando frequento la comunità di Ubuntu. Una crisi che è naturale quando un progetto cresce fino alle dimensioni assunte da Ubuntu.

Sono sicuro che Ubuntu uscirà da questa crisi, non sono in grado di dire come, e a che prezzo.


Dario Cavedon è un giovanotto di belle speranze, che ha passato i 40 ma non se li sente, è uno giovane dentro, anche se da fuori non si direbbe. Si dedica con passione alla diffusione del Software Libero, di Linux e di Ubuntu e di un sacco di altra roba, nel poco tempo che famiglia e lavoro gli concedono. Il resto lo potete leggere sulla breve biografia.

sabato 2 marzo 2013

Come gestire le community Google Plus: Comunità è molto più che "community"

Quando qualche tempo fa apparve la funzione "community" su Google Plus ci fu un spontaneo e vivace fiorire di centinaia di community, le più disparate.

Le "community" (comunità) di Google Plus, sono gruppi all'interno del social network di casa Google, che permettono alle persone di riunirsi attorno a uno o più temi specifici. La community è simile al "gruppo" di Facebook, e si può essere invitati da persone che già ne fanno parte, oppure richiederne l'ingresso.

Personalmente sono stato invitato a molte di queste, almeno una ventina, credo anche a causa della varietà delle persone che compongono le mie cerchie (varietà è ricchezza). Alla fine ho accettato l'invito "solo" a una decina di queste, quelle che per me, in questo momento, sono di maggiore interesse.


La Comunità nelle community


Di un paio di queste community sono anche amministratore: ubuntu-it e kubuntu-it, appendici sociali della comunità ubuntu-it, che non ha potuto fare a meno di avere una sua presenza su Google Plus.

Del resto ubuntu-it, dopo qualche perplessità iniziale, è presente anche con una sua pagina su Facebook e un suo account Twitter. Questo dà modo di conoscerla a chi frequenta abitualmente questi luoghi virtuali. Personalmente ho sempre visto i social network come dei moderni bar virtuali, in cui la gente guarda e commenta quel che succede, un po' come facevano (fanno) gli anziani, seduti al bar del paese. Ma stavo parlando d'altro.

Moderatori: "Da grandi poteri, ecc. ecc."

Quando creammo le due community di ubuntu-it, una delle prime esigenze che sentimmo fu quella di ordinare un po' gli interventi. Infatti sulle community si possono inserire post molto liberamente, senza alcuna moderazione preventiva. Questa scelta è per dar modo a ognuno di intervenire liberamente, senza sentirsi sottoposto a un giudizio. D'altro canto, il lavoro per i moderatori aumenta, che sono chiamati a controllare che i post inseriti siano pertinenti all'argomento della community, e i toni delle discussioni rimangano nei limiti della buona convivenza e del rispetto reciproco.

Il moderatore però non è un poliziotto della buon costume internettiana (netiquette, questa sconosciuta), e ha di meglio da fare che star lì a tenere a bada chi si accapiglia virtualmente. Il moderatore è una persona al servizio della comunità, e il suo ruolo richiede un impegno costante nel tempo, per essere veloce nel rispondere alle esigenze delle persone che popolano la community. Questo vuol dire:
  • leggere regolarmente tutti i nuovi post e i commenti
  • dare un primo aiuto a chi chiede consiglio
  • proporre argomenti di interesse comune
  • indirizzare le discussioni, riportandole a toni civili se serve
  • cancellare senza pietà lo spam e i post fuori tema
Le attività dei moderatori sono a volte parecchio onerose, specie per chi - come tutte le persone di ubuntu-it - lo fa solo nel (poco) tempo libero.

Le regole di casa

Essendo il tempo prezioso, per evitare di imbarcarsi in discussioni lunghe e sterili su questo o quel post, come moderatori abbiamo deciso di adottare un regolamento per le community. Il buon senso - almeno per la mia esperienza - è del tutto inutile, specie quando lo si richiede agli altri. Meglio quindi delle regole ben codificate, che i moderatori applicheranno (loro sì) con il buon senso del padre di famiglia.

Il nostro regolamento è largamente "ispirato" al regolamento del Forum di ubuntu-it, e sperimentato sul campo da migliaia di utenti, che abbiamo semplificato per rendere più adatto a un social network.

Poco dopo l'adozione del regolamento, i fatti ci diedero (indirettamente) ragione: in un altra community, sempre con argomento Linux, seguii una discussione in cui un ragazzino, agli inizi della sua avventura su Linux, si lamentava dei consigli (maliziosamente sbagliati) dati da un altro appartentente alla stessa, molto più esperto. Quei funesti consigli arrecarono più di qualche danno al poveretto, suscitando al contempo (oltre al danno, la beffa) parecchie risate da parte degli altri appartenenti alla community, con qualche bonario richiamo a... RTFM.

É ora di finirla con 'sto "RTFM"!

Oltre al fatto che la community manchi di un regolamento, e che nessuno dei moderatori si sia sentito di richiamare il comportamento di chi ha mal consigliato, la cosa che trovo assolutamente inaccettabile è richiamarsi al principio del RTFM (che vuol dire "read the fu...ng manual", cioè "leggi il fot..to manuale" prima di fare domande), tanto caro ai geek della vecchia scuola, ma che ormai dovrebbe essere sepolto in quanto decisamente scortese e sorpassato.

Per carità, documentarsi prima di fare qualcosa deve essere la prima regola per chi comincia a imparare uno qualsiasi argomento, ma prima di questa è la solidarietà e l'aiuto reciproco, regola fondamentale per tutti quelli che nutrono interessi comuni, specie nei confronti dei neofiti. Credo anzi che il RTFM abbia limitato lo sviluppo di Linux e del Software Libero, essendo di fatto una specie di bullismo nerd, che ha fatto scappare più di qualche persona.

Come dicevo, si tiene insieme una comunità non solo con gli interessi comuni, ma soprattutto con la solidarietà, l'aiuto e il rispetto reciproco. Questi sono i valori aggiunti dei gruppi, che altrimenti hanno la stessa coesione di una mandria di buoi rinchiusi in un recinto.

Riepilogando, le tre semplici regole della community sono:
  1. Le regole della community devono essere chiare ed esplicite, ben visibili e condivise, ma
  2. Solidarietà, rispetto e aiuto reciproco sono anche più importanti delle regole stesse, e infine
  3. I moderatori sono persone al servizio, non poliziotti della community, devono aiutare le persone e come tali si comportano.
Buon divertimento!  

Dario Cavedon è un giovanotto di belle speranze, che ha passato i 40 ma non se li sente, è uno giovane dentro, anche se da fuori non si direbbe. Si dedica con passione alla diffusione del Software Libero, di Linux e di Ubuntu e di un sacco di altra roba, nel poco tempo che famiglia e lavoro gli concedono. Il resto lo potete leggere sulla breve biografia.

giovedì 21 febbraio 2013

Il negozio di giocattoli, 1.0



L'altro giorno stavo disperatamente cercando un regalo per la mia bimba più piccola, che compiva gli anni. Disperatamente perché non lo trovavo. Mica per crisi di idee su cosa regalarle, ma perché la mia piccola peste aveva l'idea fissa su una determinata bambola, in una determinata... non saprei come definirla... "configurazione", con abito e accessori ben specifici. Avessi io le sue certezze!

Beh, detta bambola risulta introvabile nei 7-8 negozi e centri commerciali che fino ad allora avevo passato al setaccio.

Che poi, su Internet, nel negozio online per definizione, la bambola c'era, ma la consegnavano dopo 3-4 giorni, troppo tardi per il compleanno.

L'ultimo negozio restava il "Grande Magazzino Galattico dei Giochi", un posto enorme, di una catena di negozi enormi, scaffali e scaffali pieni zeppi di giochi, millemila metri quadrati di tutto quello che un bambino può sognare.

OK, è fatta.
Mi dirigo alla corsia "Bxxxxx", la bambola è sicuramente qui.
Passo in rassegna tutte le possibili variazioni sul tema della bambola (bionda, rossa, mora, nera), in tutte le possibili situazioni (principessa, sirena, casalinga, modella, fata), con tutti i possibili accessori (vestiti, borse, scarpe, carrozze, auto, toy boy).
Niente.
Mi sarà sfuggita, ripasso.
Niente!!

OK, chiedo al "centro informazioni".

Io: "Mi scusi, avete la Bxxxxx?"

Signorina: "No, purtroppo è finita! Ma sappiamo dai dati delle vendite in tutti i negozi della nostra catena in Italia, incrociati con quelli che rileviamo sui social network, che è una bambola molto richiesta. Per questo l'abbiamo già riordinata e dovrebbe arrivare al massimo domattina. Se lei è così gentile da lasciarmi la sua email oppure il suo numero di cellulare, le manderemo una email oppure un SMS non appena la bambola arriva in negozio. Oppure se desidera le possiamo proporre il nostro servizio di consegna a domicilio: con una piccola cifra provvederemo a consegnarle la bambola a domicilio, con il nostro furgone colorato, guidato dal Pagliaccio Piffo, simbolo della nostra catena di negozi."

(questa è la risposta che mi sarebbe piaciuto sentire, invece:)

Signorina: "No, purtroppo è finita! Non saprei se arriva ancora, provi a telefonare la prossima settimana".

Chissà se tra 10 anni negozi così 1.0 esisteranno ancora.

PS: ho ordinato la bambola su Internet, domani mi arriva.

venerdì 1 febbraio 2013

Installazione e prova di Crunchbang Linux 11


(aggiornato il 06.02.2013)

Modernariato

Un paio d'anni fa mia sorella mi chiese di prenderle un portatile nuovo, perché quello che aveva era ormai insufficiente alle sue necessità. Si trattava di un Compaq Presario 705EA, con installato Windows XP. Alla sorella comprai un nuovo fiammante portatile HP, senza sistema operativo, su cui installai Ubuntu 10.10 - e che ho recentemente aggiornato a Ubuntu 12.04 "Gnome Fallback". Il vecchio Compaq mi rimase in casa, e da allora lo usa (poco) mia moglie.

La sfida

Recentemente mi è venuta l'idea fissa di recuperare il vecchio catorcio portatile e installarci una distribuzione Linux moderna. Un'idea che è anche una sfida: è possibile utilizzare ancora un PC vecchio più di 10 anni? I PC, come tutti gli oggetti elettronici hanno una vita molto breve, ogni 18 mesi anni la potenza delle CPU raddoppia, buttando fuori dal mercato la precedente generazione.

In più il software diventa sempre più ingordo di risorse, perché i programmatori sfruttano a fondo le risorse del PC ma soprattutto se ne fregano di ottimizzare i programmi. L'ingordigia di risorse, che era una caratteristica saliente di un particolare sistema operativo, col tempo è diventata una caratteristica anche dei sistemi Linux. Almeno della maggior parte dei sistemi Linux.

Il mio amico Luigi


Un mese fa poi lessi un post di Luigi "bit3lux" che parlava bene di Crunchbang Linux, di cui aveva provato la versione 11, nome in codice "Waldorf", dal nome del personaggio dei "Muppet Show". Crunchbang 11 è ancora in sviluppo, ma tra qualche mese sarà rilasciata la versione stabile. Crunchbang infatti, dopo un periodo in cui era una derivata di Ubuntu, adesso si basa su Debian, in particolare Debian 7 "Wheezy" di cui appunto tra un po' sarà rilasciata la versione "Stable". In più usa Openbox un gestore di finestre molto leggero e veloce.

Chiesi a Luigi se, secondo lui, Crunchbang potesse girare sul vecchio portatile di mia sorella, e...
Ehi, qui non si butta niente! :)) Sebbene la ram sia veramente poca, secondo me su quel portatile CrunchBang gira alla perfezione.
Andai quindi a scaricare la ISO, la masterizzai su un CD, e passai il sabato pomeriggio a installare e configurare.

Installazione di Crunchbang 11 "Waldorf"

La prima cosa curiosa che salta all'occhio è il logo della distribuzione che è

#!

cioè i caratteri cancelletto "#" (sharp per gli inglesi) e punto esclamativo, non so cosa significhi (se qualcuno lo scopre me lo segnali! Aggiornamento: il buon +Andrea Colangelo mi ha svelato l'arcano), ma fa figo riferirsi a Crunchbang scrivendo solo #! quindi farò anch'io così. :-)

Come detto, la ISO di #! sta in un CD, quindi nessun problema anche con i PC vecchi, che magari mancano di lettore DVD oppure non possono avviarsi da chiavetta USB. Appena avviato, si presenta una schermata con le opzioni disponibili.


La prima opzione permette di provare #! in modalità "live", cioè senza installare niente sul PC, la seconda fa partite il programma di installazione, e l'ultima esegue un test della memoria RAM del PC (problemi della memoria potrebbero inficiare la buona riuscita dell'installazione). Scelgo la seconda opzione e vado avanti.

Comincia quindi l'installazione vera e propria con un programma di installazione grafico, di un sobrio colore grigio, che da quanto ho capito è il colore distintivo della casa.


Si comincia dalla selezione della lingua, e poi si prosegue con le altre "classiche" domande (disposizione della tastiera, nome del computer, nome dell'utente e password...). Interessante notare la presenza del tasto "Screenshot" che salva una schermata della finestra nella sessione temporanea dell'installazione. Un utente medio (come il sottoscritto) può andarsele a prendere e salvare su una chiavetta (come ha fatto il sottoscritto).

L'unico passo veramente ostico è il partizionamento del disco fisso. C'è una procedura guidata che consente anche all'utente inesperto di installare #! senza danni sul computer, anche in dual boot con un altro sistema operativo.


Mi ha lasciato perplesso la possibilità di far scegliere all'utente il posizionamento di alcune directory (home, var e tmp).


Anche se c'è l'esplicita opzione "per nuovi utenti", ed è la prima selezionata, dare la possibilità di scegliere altri posizionamenti per specifiche directory - che è assolutamente sensato - fa solo aumentare la confusione agli utenti meno esperti. Consiglio i neofiti di farsi assistere nell'installazione da una persona più esperta! Io scelgo la seconda e proseguo. Il sistema propone quindi il riepilogo delle partizioni, prima di procedere alla formattazione.



Io ho scelto di formattare tutto il disco, rasando al suolo Windows XP per costruirci sopra un sistema Linux 100%. Premendo il tasto "Continua", il programma di installazione scrive le modifiche sull'hard disk. E così sia.

L'errore in agguato

Una brutta notizia: l'installazione a questo punto va in errore.


L'errore è capitato anche a Luigi, entrambi l'abbiamo risolto andando comunque avanti. Per onestà devo dire che ho provato a ripetere lo stesso errore su una macchina virtuale, ma il "trucchetto" non è riuscito. Questo è una cosa davvero antipatica, che spero si risolva quando uscirà la versione "stable" di #!.

(Aggiornamento del 06.02.2013: come suggerito da +Luca Savio su Google Plus, bisogna scegliere la lingua inglese e tastiera italiana e l'installazione procede senza problemi; una volta installato si dovrà cambiare la lingua in italiano)

Il resto dell'installazione prosegue senza problemi fino al riavvio del PC. In tutto, compreso l'errore, l'installazione è dura circa 45 minuti. Lo spazio occupato su hard disk è di circa 4,5 GB.

Primo avvio

Il primo avvio del PC dura un paio di minuti, il sistema chiede user e password (definiti durante l'installazione). La distribuzione occupa poco più di 100 MB in RAM, pensavo meno, ma vabbé. La cosa veramente brutta è il tremendo colore azzurro dello sfondo, stava cominciando a piacermi il colore grigio.


Una cosa positiva è invece lo script post-installazione che parte appena avviato #!: uno script su terminale che esegue una serie di operazioni nell'ordine:
  • aggiorna la distro con gli ultimi aggiornamenti
  • installa le stampanti
  • installa il supporto Java
  • installa Libre Office
  • installa i pacchetti per lo sviluppo

Tutte queste azioni sono facoltative, e si possono saltare premendo il tasto "s" (skip). Io faccio solo gli aggiornamenti, mentre il resto non mi serve (stampante e pacchetti di sviluppo), oppure lo evito (Libre Office e Java). Passano altri 20 minuti per scaricare (più di 200 MB di roba!) e installare gli aggiornamenti.


Orientarsi sul desktop e primo utilizzi

Aggiorno subito lo sfondo del desktop, con qualcosa di più consono e... grigio! :-)


Il desktop è molto sobrio, quasi spoglio. Un solo pannello, in alto, che contiene i riferimenti per i 2 spazi di lavoro predefiniti, su cui appaiono le icone dei programmi quando sono in esecuzione, quindi sulla destra gli indicatori di rete, batteria, volume audio e data/ora di sistema. Sulla parte destra c'è Conky, avviato automaticamente all'avvio del sistema, un programma molto utile che fornisce una serie di informazioni sullo stato del sistema, come il carico della CPU, l'utilizzo della memoria RAM e swap, e anche una serie di scorciatoie da tastiera che permettono di avviare velocemente i programmi principali, come il browser Internet o il gestore dei file.

Agendo sulla swappiness (diminuendola a 10), che implica un maggiore utilizzo della RAM invece che del disco fisso, il sistema diventa un po' più veloce. Dopo il primo avvio, senza programmi in esecuzione, il sistema consuma 70-80 MB di RAM, che è davvero poco.

Dov'è il menu?

Sul desktop non c'è altro. Il menu principale si attiva premendo il tasto destro del mouse, e appare in corrispondenza di dove si trova il mouse in quel momento.


Il menu è il classico menu di accesso, con i programmi divisi per categoria, ma ha anche alcune voci che permettono di installarne altri, come Chromium o Libre Office, con un semplice clic.

I programmi in dotazione

#! è completa di tutto quel che serve per l'uso desktop. Il browser Internet è Icewasel, la versione "smarchiata" di Firefox, del tutto identico al programma originale, ma con un branding diverso, perché nome e logo di Firefox sono marchi registrati.


Da notare come anche la pagina di ricerca Google sia stata oggetto di restyling secondo il family feeling di #!

Qui incontro un altro problema: non riesco a vedere i video su Youtube. All'inizio pensato a un problema con il plugin Flash, ma in effetti è proprio il povero Athlon 4 che non ce la fa! Purtroppo questo evidenzia i limiti di una CPU obsoleta. Peccato.

La navigazione comunque è discreta, basta evitare di aprire molte schede, massimo 2-3. Nessun problema particolare con Gmail, Twitter e Facebook (senza giochini Flash!). Google Plus è invece pesantissimo e praticamente inutilizzabile. Anche in questo caso la la CPU Athlon 4 a 1 GHz è sicuramente un limite, ma forse anche i programmatori di Google avrebbero potuto impegnarsi di più, viste le performance accettabili degli altri Social Network.

Il gestore dei file è Thunar, leggero e veloce, ma anche completo di tutto quel che serve, senza fronzoli.


Il lettore multimediale è GNOME Mplayer, che legge senza problemi file MP3, DVD, CD musicali o file video in praticamente qualsiasi formato. Nessun problema nella riproduzione dei video, anche se la CPU gira a palla, quindi se vedete un filmato, evitate di eseguire altri programmi.


Per l'ufficio di casa

Come suite per l'ufficio sono disponibili AbiWord per la videoscrittura, Gnumeric come foglio di calcolo. Entrambi sono leggeri e veloci, leggono e scrivono senza problemi file anche di altri pacchetti per l'ufficio come LibreOffice e MS Office. A completare Evince, un lettore di file in formato PDF.

Sul mio Compaq tutti questi programmi girano senza problemi. Chi ha macchine più recenti può installare Libre Office, un pacchetto più completo e potente, ma anche più pesante per CPU e memoria RAM.

Cosa mi piace di #! 11 "Waldorf"

Tiriamo le somme sull'esperienza con #!, elencando vantaggi e svantaggi. Cominciamo dalle belle cose:
  • è leggero e veloce, perfetto per computer con una certa età
  • è italianizzato, quindi va bene anche per le persone che masticano poco l'inglese
  • è basato su Debian, una roccia sicura su cui si possono appoggiare i propri dati senza timore

Cosa mi piace poco di #! 11 "Waldorf"

Veniamo quindi alle note dolenti:
  • il bug in fase di installazione è grave, un errore del genere spaventa e scoraggia le persone, spero lo risolvano prima del rilascio ufficiale
  • troppo uso del terminale, per esempio manca un "gestore degli aggiornamenti" che si devono quindi fare da terminale, oppure per configurare alcuni programmi (Conky per tutti) si va a smanettare il file testo di configurazione del programma; richiede quindi un minimo di conoscenza del sistema, lo consiglio quindi solo neofiti che vogliono imparare
  • i video su Youtube non funzionano, ma questo dovrebbe essere un problema solo sul mio vecchio catorcio PC che ha ormai una certa età.

Concludendo

Sono rimasto colpito positivamente da #!, in quanto coniuga la potenza di Debian con la semplicità e la leggerezza del sistema grafico Openbox. In più è già pronto all'uso senza bisogno di fare installazioni particolari.

Lo consiglio però solo a chi vuole imparare un po' di Linux. Se da una parte una persona potrebbe usare #! così com'è, dall'altra chi vuole sistemarsi il sistema su misura deve svolgere alcune operazioni da terminale, come per esempio gli aggiornamenti o le configurazioni di alcuni strumenti come Conky, ricordando che smanettare rimane il modo migliore per imparare.

mercoledì 23 gennaio 2013

L'informatizzazione di rimbalzo della società italiana

Inauguro con questo post la rubrica "L'angolo della posta di Dario", nella quale prendo le email di inconsapevoli amici e conoscenti, le modifico in modo che le mie risposte sembrino adeguate, e le pubblico senza la loro autorizzazione, con risposte che potrebbero dare - a una lettura frettolosa e superficiale - una vaga idea di pensiero saggio e intelligente.
Leggete quindi questa rubrica frettolosamente e superficialmente, come fareste con una rivista di pettegolezzi, mentre siete seduti a far dell'altro.

L'angolo della posta di Dario 

Mi scrive un amico, sistemista e programmatore, che per esigenze di privacy chiamerò con un nome di fantasia, Gianni (ho tagliato alcuni riferimenti della sua email in maniera da garantirne l'anonimato).
Caro Dario,
non so, sta esplodendo una ennesima fase dell'informatizzazione (computerizzazione, più che informatizzazione) di massa in zona?
Sembra che le famiglie si stiano buttando su rete locale casalinga (wi-fi e cavi) e smartphone. Oltre a qualche smart TV. Non passano più di 4 ore, nell'ultima settimana, che qualche utente della strada venga a chiedermi della rete di casa o del contratto Internet per smartphone. Nell'ordine stamattina:
  • Il barbiere che mi chiede come attivare il tethering per il pc del negozio. Attivo e faccio andare. (ero andato per tagliarmi i capelli !)
  • Arrivo in [snipped]: un dipendente mi domanda info sul Samsung Galaxy Note 2 e se è possibile il tethering. In realtà non sa che si chiama "tethering".
  • Mi scontro con l'ottusità dei vecchi direttori: gli utenti chiedono di vedere la posta dell'azienda da casa. Si può, è già attivo, basta solo che gli dica come si fa. Ma il mega direttore generale non vuole.
  • La scuola di [snipped] mi chiede di mettere gli AP per il passaggio registro elettronico. Nel frattempo li sto già mettendo alla scuola di [snipped].
  • Leggo oggi sul giornale di vicenza che la scuola di [snipped] sta aprendo una scuola di informatica post-diploma. Non ho capito bene cosa è, mi farò spiegare.
  • Tralasciamo le altre richieste minori.
Insomma... me sembro "el parroco dell'informatizzazione" del ceto medio in 'sto periodo.
Oltre al fatto che mi sembra di avvertire una forte, fortissima richiesta di connessione ad internet e trabiccoli connessi.
La mia risposta:
"Caro Gianni,
è semplice: con l'arrivo degli smart-cosi, la gente ha scoperto le appS e adesso c'è un'informatizzazione indotta dagli strumenti. Mi spiego meglio: la cultura informatica in Italia è zero o poco più, lo Stato investe zero (o poco più) nella Scuola e zero nelle Infrastrutture (ti ricordi la "banda larga"? hai idea dov'è finita!?!?!). Però gli smart-cosi sono diventati una moda, soprattutto per giocare a giochini e social-cosi, e quindi cresce la richiesta di connessione a Internet ecc. ecc.
E' un'onda di ritorno, nel senso che la crescita della domanda invece che arrivare da una crescita nell'istruzione e nella conoscenza (onda positiva perché le persone utilizzano gli strumenti per crescere culturalmente e stare al passo coi tempi, a casa, nella scuola e nel lavoro), arriva di rimbalzo perché è indotta dagli strumenti che le persone si ritrovano fra le mani. Non credo che questo serva ad alzare la cultura informatica in Italia, però parlando di grandi numeri, magari in mezzo ai milioni ci sarà qualcuno che utilizzerà tutto 'sto ben di dio per fare qualcosa in più che giocare ad Angry Birds"
Dario
PS: l'avevo previsto anni fa, leggi in particolare l'ultimo paragrafo, ma era una facile previsione ;-)

Dario Cavedon è un giovanotto di belle speranze, che ha passato i 40 ma non se li sente, è uno giovane dentro, anche se da fuori non si direbbe. Si dedica con passione alla diffusione del Software Libero, di Linux e di Ubuntu e di un sacco di altra roba, nel poco tempo che famiglia e lavoro gli concedono. Il resto lo potete leggere sulla breve biografia.

domenica 20 gennaio 2013

Kim Dotcom è tornato: MEGA è online, prime impressioni


Ieri, 19 gennaio 2013, alle 19.00 ora italiana, Kim "Dotcom" Schmitz è tornato sulla scena mondiale con il suo nuovo servizio di "cloud storage", MEGA.

Giusto un anno fa era stato chiuso Megaupload, il suo precedente sito di file hosting e file sharing. Il sito era stato chiuso su richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, per violazione del copyright, essendo diventato un ricettacolo di tutto quello che era disponibile sul mercato dell'intrattenimento video e audio, con sommo dispiacere di MPAA e della RIAA, le potenti associazioni che riuniscono i principali produttori di musica e cinema degli USA. Lo stesso Kim Dotcom era stato arrestato nella sua lussuosa casa in Nuova Zelanda, Paese in cui risiede dal 2010 e in cui ha preso la cittadinanza.

Dopo più di qualche peripezia giudiziaria, Kim Dotcom è stato liberato, e ha messo insieme un nuovo progetto, Mega appunto, con cui si propone di riparare agli errori passati, lasciando tra l'altro il controllo completo agli utenti - e sotto chiave sicura RSA a 2048 bit - dei propri file. Un modo "furbo" (?) per svincolarsi dalla responsabilità di quel che caricano. Da una apposita pagina si possono fare segnalazioni per casi di violazione del copyright.


Il sito, come twitta lo stesso Kim, è intasato dagli accessi ma stamattina ho pouto finalmente registrarmi.


Da notare che Kim dice che ha messo sul campo enormi mezzi, come una larghezza di banda più ampia dell'intera Nuova Zelanda!


Essendo il sito basato su HTML5, funziona bene solo con Chrome/Chromium, mentre con Firefox no. Per esempio: con Firefox c'è qualche problema a registrarsi, e l'upload dei file non vuol saperne di partire. Un brutto colpo per il mio browser preferito. Me ne farò una ragione! ;-)

Una buona notizia per gli utenti Linux: il sito funziona benissimo anche con Epiphany (noto anche come Web nell'accezione GNOMEsca). É lo stesso sito che consiglia di usare Chrome, avvisando gli utenti che si sta usando "un browser obsoleto".


50 GIGA!

Il sito è localizzato in molte lingue, tra cui anche l'italiano. Anche se alcune parti sono ancora ininglese, devo riconoscere che il lavoro di traduzione è fatto molto bene.

Lo spazio a disposizione degli utenti è 50 GB (contro i 2-5 GB offerti dagli altri siti di cloud storage), quindi fa gola sicuramente a molte persone. Io ho provato a caricare una delle mie presentazioni tenuta all'ultimo Linux Day.


Dopo più di mezz'ora da quando ho messo il file in caricamento, è ancora in stato "pending", che immagino significhi che il sito sia ancora parecchio intasato. Vedremo nei prossimi giorni se la situazione migliorerà.

Le provocazioni di Kim

Sembra che il passatempo preferito di Kim sia provocare un po' tutti, basta guardare i suoi tweet... Il personaggio è sicuramente "singolare", e ne sentiremo parlare parecchio nei prossimi mesi.


domenica 13 gennaio 2013

Visita a Villa Emo a Fanzolo di Vedelago

(Foto panoramica di Villa Emo, fatta con telefonino + Hugin Panorama)

Domenica scorsa, grazie al tempo sereno e temperatura mite, ho portato la famiglia a visitare Villa Emo, una delle opere progettate e costruite dall'Architetto per definizione Andrea Palladio.

La villa rappresenta la sintesi finale della "villa di campagna" del Palladio: la residenza signorile al centro, le due barchesse laterali, e le due "colombare" che si ergono come torrioni alle estremità delle barchesse. In un unico edificio tutto quello che serviva alla vita contadina: casa padronale, ricovero degli animali e degli attrezzi, possibilità di svolgere attività al coperto dei portici.

Tanta ruralità e vita contadina all'esterno, e tanta raffinatezza all'interno, con gli affreschi di Giovanni Battista Zelotti, amico e collaboratore del Veronese, di tema classico.

Commissionata dalla nobile famiglia Emo, è una delle ultime opere del Palladio, una delle sue opere più complete. Adesso la Villa ospita la sede della Fondazione omonima, di proprietà della banca, che l'ha rilevata dalla famiglia Emo.

La Villa è immersa nella campagna, poco distante dall'antica Via Postumia, in un paesaggio insolito per il nord-est, ormai ricoperto quasi in toto da case e capannoni. Eravamo gli unici presenti, oltre la gentile signora che presiedeva cassa e book store, il silenzio era quasi irreale.

Con questa visita, la famigliola Cavedon inizia il suo tour per le ville venete, con il preciso intento di insegnare alle bambine (e ripassare agli adulti) cos'è la bellezza classica, e cosa significa architettura a misura d'uomo.

All'inizio Greta era decisamente annoiata, ma leggendo le guide disponibili all'interno delle sale, ha capito il tema degli affreschi, come sono state pensate le stanze e le barchesse, e si è divertita. Lei è molto brava a disegnare e magari potrà arricchire la sua esperienza e il suo gusto, chissà! Giada invece si è divertita solo quando siamo usciti nel giardino, correndo nei prati e per i vialetti intorno. È ancora piccola per capire, ma immergerla nella bellezza le può fare solo bene.


Ah, Greta si è fatta ingannare dalle finte ombre dipinte dallo Zelotti, credendo fossero provocate dalla lampada presente nella stanza... questa è una lezione che si ricorderà!

Tornando a casa, ci siamo sciaguratamente imbattuti in un centro commerciale, aperto per il secondo giorno dei saldi invernali. Automobili parcheggiate ovunque, coda infernale sulla strada. Il Paradiso e l'Inferno non sono mai stati così vicini.

mercoledì 2 gennaio 2013

Buon 2013, GNU/Linux!

(Mia libera interpretazione basata sui dati a Dicembre 2012 di NetMarketShare
- avevo già visto un'immagine simile ma non la trovo più!)

Una delle domande che ricorre tra i fan del sistema operativo del Pinguino è:

"Il 20xx sarà l'anno di GNU/Linux?"

La domanda è tanto inutile (vi cambierebbe la vita?) quanto la risposta è scontata:

NO!

L'ultima volta che ne scrissi a proposito fu giusto 3 anni fa, in coda a un post in cui parlavo del "2010 che verrà per Ubuntu". Nessuna previsione in quel post, solo la constatazione che Linux cresceva, e la crescita continuava lenta, con qualche oscillazione, senza particolari sbalzi. Beh, di sbalzi se ne prevedono pochi anche quest'anno. Canonical ha annunciato giusto per oggi una grossa novità per Ubuntu, ma se anche fosse un tablet o smartphone motorizzato Ubuntu, è difficile credere che riesca a conquistare quote significative di mercato in breve tempo, anche se portasse con se la tanto sbandierata vision di Mark Shuttlerworth che vuole un unico sistema operativo dallo smartphone, al cloud, al mainframe.

La cosa che conta

Quando mi trovo a parlare di Software Libero, mi trovo a divagare sempre più su "modo di vivere", "approccio alle cose". Poi devo fermarmi quando vedo che la gente mi fissa come mucca-che-vede-passare-il-treno! La differenza però è proprio qui.

Così come un hacker è una persona curiosa di capire come funzionano le cose, una persona che utilizza, produce, diffonde e aiuta a diffondere il Software Libero è una persona che crede che condividere la propria conoscenza, il proprio studio, il proprio lavoro, sia più importante che ricavarne un immediato tornaconto personale. Una persona che crede nella Cultura Libera.

Lo so che è solo teoria, intesa nel senso peggiore del termine, quello in cui la teoria è millemila miglia distante dalla pratica. Ma il Software Libero alla fine si basa solo su questo, su 4 libertà assolutamente teoriche. Eppure un sacco di gente ci vive!

Estremizzando, Massimo Banzi, l'inventore di Arduino (l'hardware italiano open source che ha avuto un successo strepitoso in tutto il mondo) qualche anno fa disse in un'intervista:
"Penso che ci sia una sottile linea di confine fra l'open source e la stupidità".
La Società moderna, anzi odierna, premia i "furbi", quelli prendono scorciatoie nella vita, senza scrupoli anche se la Società stessa ne rimette. L'emergere di un modello diverso da questo, che potrebbe apparire stupido e masochista, può solo portare miglioramenti, sia ai singoli sia alla Società in genere.

"Sharing is caring"

All'ultimo Linux Day, chiesi ai ragazzi del Liceo Tron quali erano i vantaggi del cloud storage. La prima che avevo io in mente era: "Posso avere i dati sempre a portata di mano". La risposta invece fu: "Poter condividere i dati con gli amici".

Per la generazione che sta crescendo, condividere dati è un fatto naturale, come lo era per noi condividere un pallone da calcio per giocare tutti assieme. Per loro è sicuramente più facile entrare nell'ottica che condividere idee e dati sia cosa buona e utile. Per loro sarà - È già ora - più facile capire come possa funzionare e produrre qualcosa sviluppato da tutti e da tutti rimesso in circolo liberamente.

Prima ce ne rendiamo conto anche noi vecchietti, prima ne beneficeremo e ne beneficeremo tutti.

Buon 2013, GNU/Linux!
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