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martedì 24 ottobre 2017

Il nuovo smartphone Linux "Librem 5" si farà




La campagna di crowdfunding lanciata da Purism per il suo progetto di smartphone libero e rispettoso della privacy "Librem 5" ha ampiamente superato i 2 milioni di dollari, ben oltre il minimo necessario al suo finanziamento, fissato a 1,5 milioni. Per tenere a freno l'eccesso di entusiasmo dei Linux Boys, sottolineo che i volumi sono davvero modesti, per non dire irrisori, poco più di 3.000 pezzi preordinati. Librem 5 comunque concretizza la possibilità di un'alternativa ai sistemi proprietari dominanti, nonostante le incognite che comunque ne offuscano un luminoso orizzonte.



Un applauso va fatto ai ragazzi di Purism, per il coraggio e per il lavoro fatto finora!





giovedì 21 settembre 2017

Librem 5 è già un successo, anche se...


Ammetto di essere strabiliato del consenso generale ricevuto da Librem 5, il progetto di uno smartphone basato su Linux, lanciato della statunitense Purism e di cui è in corso una campagna di crowdfunding per il finanziamento.

Librem 5 è un progetto finalizzato a realizzare uno smartphone che utilizzi un sistema aperto, sicuro e rispettoso della privacy - qualità che nè Google-Android nè Apple-iOS potranno mai garantire ai propri utenti. A un mese dalla conclusione della campagna, il progetto ha superato un terzo dei 1,5 milioni di dollari necessari al suo finanziamento, e sembra davvero prematuro capire se mai Librem 5 vedrà la luce.

I motivi del mio stupore sono molteplici. Innanzitutto sia la comunità KDE che quella di GNOME hanno annunciato il loro supporto al progetto. Certo, un bene per il progetto, ma mi domando come Purism riuscirà a conciliare le diverse esigenze tecniche di KDE e GNOME. Librem 5 monterà PureOS, una distribuzione basata su Debian Testing, con ambiente desktop GNOME, ma sarà possibile installarci - a detta di Purism - molte altre distribuzioni Linux.

Altra perplessità riguarda l'effettiva capacità di GNOME nel proporre una propria piattaforma adatta alle esigenze mobile. Se KDE può vantare fin da ora Plasma Mobile, mi risulta che l'ultima iniziativa di GNOME in tema risalga a più di 10 anni fa (!), con l'annuncio di GNOME Mobile & Embedded Initiative, di cui si sono perse le tracce da tempo. Sempre che GNOME non progetti di utilizzare GNOME Shell (l'interfaccia desktop) come unica piattaforma convergente.

Sono ancora più perplesso poi per le app che ci gireranno. Anche attingendo alla generosa dotazione di applicazioni presenti per Debian, e Linux in genere, molte di queste dovranno essere adattate per un uso in mobilità. Questo è un po' lo stesso problema che ha affrontato Ubuntu Phone, e uno dei motivi del suo fallimento.

L'ultimo dubbio riguarda il posizionamento sul mercato del telefono. Per la campagna di crowdfunding il prezzo è stato fissato in 599 dollari (compreso caricabatteria e spedizione in tutto il mondo), un prezzo medio-alto, che difficilmente può (potrà) essere alla portata di tutti. Se Linux su desktop gira tranquillamente su PC e notebook con qualche anno sulle spalle, il cui prezzo è accessibile a moltissimi utilizzatori, Linux su smartphone rischia di nascere già elitario, un pessimo segnale anche dal punto di vista etico: la privacy se la può permettere solo chi ha soldi.

Nonostante queste incognite, sinceramente, auguro il meglio al progetto. Il mercato è praticamente saturo di proposte, con Android a maramaldeggiare, ma c'è bisogno di un sistema indipendente che si prenda cura della privacy dei propri utenti.

venerdì 22 gennaio 2016

Al via "Ubuntu Scopes Showdown", 4-5 buoni motivi per partecipare


Canonical ha lanciato sul portale dedicato agli sviluppatori la seconda edizione di "Ubuntu Scopes Showdown", un contest aperto a tutti i programmatori che vogliono cimentarsi nella creazione di Scopes, la funzione di Ubuntu Phone che permette un accesso veloce e flessibile ai propri dati. Se volete cimentarvi su un sistema nuovo e aperto, questa è la vostra occasione, e non solo per i fantastici premi messi in palio. Fatemi spiegare meglio.

"Perché sviluppare per Ubuntu Phone?"


Questa è una delle domande che mi sento rivolgere più spesso, quando parlo di Ubuntu Phone. Certo, sviluppare per Android o iOS permette di accedere a un mercato vastissimo. La concorrenza però è altrettanto elevata: qualunque app abbiate in mente per Android o iOS, probabilmente è già stata creata da qualcun altro, molto prima di voi e molto meglio di quando voi possiate mai fare.

Lo spazio disponibile sui market di Apple e Google è di fatto già conquistato tutto, ed è dominato dai big.

Una possibilità diversa è data dal Ubuntu Store. Primo buon motivo: le possibilità di sviluppo sono ancora enormi, lo Store è in larga parte incompleto, e ci sono sicuramente moltissimi settori ancora da esplorare. Se avete una nuova idea, o ne volete clonare una già fatta, fatevi sotto!

Il secondo motivo è la natura aperta dello sviluppo e la possibilità di lavorare a stretto contatto con gli sviluppatori di Ubuntu Phone. Oltre a tutta la documentazione accessibile online, c'è la possibilità di partecipare a sessioni di training, Q&A, interagendo direttamente con gli sviluppatori in chat su ubuntu-devel IRC oppure sulla mailing list di sviluppo. Ho avuto modo di scambiare qualche mail con alcuni sviluppatori, alcuni di essi li conosco anche di persona, e posso garantirvi che sono tutte persone in gamba e disponibili.

Il terzo buon motivo deriva dal secondo: da qualche tempo si parla di alternanza scuola lavoro, tanto da diventare una delle linee su cui si è sviluppata l'ultima (ennesima) riforma della scuola. Sviluppare per Ubuntu Phone è un'occasione unica di lavorare a stretto contatto in un ambiente di produzione, che va ad arricchire il patrimonio curriculare, senza dover spendere soldi per partecipare a corsi o spostarsi da casa (bastano computer e collegamento a Internet).

Ricchi premi



Infine, se ancora non siete convinti, un buono motivo sono i premi in palio. Date un'occhiate ai premi in palio per "Ubuntu Scopes Showdown": computer, smartphone e RaspberryPi2 e molto altro. Un sacco di bella roba, fossi in voi ci fare un pensiero.

L'anno scorso partecipò e vinse +Riccardo Padovani - che quest'anno è stato prudenzialmente messo in giuria ;-) - e sono convinto che ci sono molti giovani che possono seguire le sue orme.

domenica 27 ottobre 2013

Ubuntu compie 9 anni, tante cose sono cambiate. Anche noi.

 La bellissima infografica pubblicata da OMGUbuntu

Il 20 Ottobre 2004, 9 anni fa, nasceva ufficialmente Ubuntu, distribuzione Linux derivata da Debian. Obiettivo principale del progetto: essere facile e alla portata di tutti. Il suo primo slogan era infatti "Linux for human beings" (Linux per tutti), ripetuto ossessivamente come un mantra. Formidabili quegli anni. C'era un'aria nuova, come se qualcuno avesse aperto una finestra facendo entrare aria fresca.

Il color marroncione che caraterizzava Ubuntu richiamava la savana Africana, terra da cui proviene la filosofia Ubuntu. La distribuzione poneva (pone) le basi sulla Comunità, sui valori della solidarietà reciproca, sul contributo positivo, sull'ascolto.

Con il tempo quel primo obiettivo è stato in parte superato, e anche i valori sono stati messi in secondo piano. Con un cambio che ha suscitato più di qualche polemica, il "Circle Of Friends", che simboleggia aiuto recuiproco, è stato spostato e ridotto. Mossa che ha dato un aspetto più professionale al marchio, che molti hanno interpretato come voler ridurre il peso dei valori fondanti di Ubuntu.


"Times They Are a-Changin"

Cambiare obiettivi forse era anche l'unica cosa da fare: essere il numero 1 in un mercato che incide per l'1% sul totale del mercato desktop, è decisamente modesto. Nonostante i numerosi accordi stipulati con tutti i maggiori produttori di PC, Linux sul desktop non è mai decollato. Difficile che decolli adesso, dopo più di 20 anni di Linux. Ma chissà?

A questo si aggiunga che il mercato del desktop ha perso il primato nell'attenzione di consumatori e sviluppatori, a favore di tablet (e smartphone). Sebbene infatti la percentuale di diffusione dei tablet sia ancora ridicola se paragonata a quella dei PC, il trend è decisamente in crescita, e l'espansione del mercato sembra inarrestabile - anche se difficilmente tablet o smartphone riusciranno a soppiantare il PC.

Ubuntu Edge, l'unico progetto innovativo visto sinora voleva unire in un unico dispositivo PC e smartphone, è fallito. Gli altri produttori per ora si accontentano di cambiare colore e icone ai propri smartphone. Non so se fosse troppo presto per proporre un giocattolo simile, o se addirittura fosse un vicolo cieco, ma sono tempi duri per l'innovazione.

Looking back over my shoulder

Dopo quel primo cambio di rotta, Ubuntu ha sempre intrapreso strade nuove, cercando da una parte di assecondare il mercato (come l'interfaccia per netbook, antesignana dell'attuale Unity) dall'altra cercando di anticiparlo (come appunto con Ubuntu Edge).

La direzione è stata è stata modificata più volte, con alcune piccole "innovazioni" inserite (Unity, HUD, lens e scopes) con lo scopo di migliorare "l'esperienza utente", rendendola sia più piacevole che più produttiva. 

"La strada che ci porta a domani"

L'idea di quest'ultimo anno, che Mark Shuttleworth ripete ossessivamente è la convergenza: dispositivi diversi, dalla TV, al desktop, al server allo smartphone, che usano lo stesso sistema operativo. Un'idea tanto rivoluzionaria quanto difficile da mettere in pratica.




Unity, la nuova interfaccia grafica di Ubuntu, a 2 anni dalla sua comparsa, non è ancora stata digerita da una buona parte della popolazione ubuntera. Anzi, ha indotto qualcuno a cambiare a favore di XFCE e Xubuntu.

Anche Microsoft ha tentato di seguire questo approccio, mettendo su PC e tablet Surface della stessa interfaccia grafica, con le ormai famose mattonelle di Windows 8. Mi dicono che chi usa i sistemi operativi Made in Redmond non si sia ancora ripreso dallo shock.

Probabile che - se mai il progetto di convergenza andrà in porto - Ubuntu avrà interfacce utente simili ma non identiche: troppa la differenza nell'utilizzo dei dispositivi, soprattutto nelle aspettative di chi li utilizza. Più probabile invece che le app saranno le stesse, che si adatteranno a forme e dimensioni dei dispositivi.

Le prossime sfide

Il prossimo anno sarà caratterizzato da un paio di scadenze e appuntamenti impegnativi per Ubuntu.

Per iniziare, Ubuntu Touch, dopo essere stato rilasciato ufficialmente su Nexus, sarà preinstallato su nuovi dispositivi, secondo quanto dichiarato dallo stesso Shuttleworth. Si tratta di una sfida pazzesca ai leader iOS e Android, sostenuti da giganti come Apple e Google (per non parlare della strana coppia Nokia - Microsoft). Riuscirà Ubuntu a ritagliarsi una (piccola) fetta di mercato?

Ad Aprile, sarà rilasciata la nuova LTS di Ubuntu, Trusty Tahr 14.04. Sotto il cofano dovrebbe incorporare Mir, il nuovo server grafico, boicottato - se non osteggiato - dalla totalità dei progetti open source, impegnati in piani quinquennali di adozione dell'ortodosso Wayland. Mir riuscirà ad essere stabile per essere incluso in una LTS? (che ha 5 anni di supporto) Cosa faranno le derivate di Ubuntu quando si troveranno a dover scegliere?

A maggio 2011, tenendo il keynote di apertura di UDS-O A Budapest Mark la sparò grossa:

"[Our] goal is 200 million users of Ubuntu in 4 years"
(il nostro obiettivo è 200 milioni di (installazioni) Ubuntu in 4 anni)
Beh, siamo a metà di quei 4 anni, e le statistiche (ottimistiche) dicono che siamo a circa un decimo di quella cifra: 20 milioni. Giusto alzare l'asticella e puntare a grandi obiettivi, ma quanto può espandersi ancora Ubuntu?

Per quanto ne capisco, non so cosa ci riserva il futuro, ma sono sicuro che Ubuntu ha già cambiato la storia di Linux.

domenica 25 agosto 2013

Ciao Steve, ti ricorderemo così (ma anche no)


È di un paio di giorni fa la notizia che Steve Ballmer, CEO di Microsoft, lascerà il suo incarico, per imbarcarsi in un nuovo ambizioso progetto: il suo pensionamento.

Erede designato - direttamente da Bill Gates - dell'Impero del Male, Ballmer è passato alla storia per aver diretto l'azienda di Redmond nel suo momento più difficile, da cui non si è ancora ripresa, superata dalla concorrenza a destra (Apple), sinistra (Google), centro (Yahoo!), e snobbata anche dagli outsider (Ubuntu).

Noi lo ringraziamo per aver spiegato la licenza GPL in poche parole, come può fare solo una persona accecata dall'odio. 
"Linux is not in the public domain. Linux is a cancer that attaches itself in an intellectual property sense to everything it touches."
"Microsoft CEO takes launch break with the Sun-Times" (1 June 2001) Chicago Sun Times (fonte: wikipedia)
Alla notizia del pensionamento, le azioni di Microsoft sul Nasdaq hanno guadagnato il 7,29%. Per una (ultima) volta, una sua (?) scelta strategica ha fatto guadagnare gli azionisti della sua azienda.

lunedì 18 marzo 2013

Google chiude Reader, ovvero "Standing on the hands of a Giant"

La prematura dipartita di Google Reader, il servizio di "Feed RSS" di BigG, ha lasciato molti dei suoi utenti sgomenti. Dal 1 Luglio di quest'anno, Reader cesserà di esistere, in quanto Google ha deciso di concentrarsi su pochi (!) altri progetti.

Alcune cose mi hanno colpito in questa vicenda.

La prima è l'enorme mole di utenti che ancora leggono notizie e aggiornamenti di blog con il sistema dei feed, nonostante i nuovi servizi e social media nati in questi ultimi anni. Nonostante alcuni considerassero i "feed" morti, e i blog con un piede nella fossa. Nonostante il browser Chrome abbia da sempre snobbato i feed. Ne è una dimostrazione, l'ondata di reazioni di stupore, molte delle quali risentite, e la petizione su Internet contro la chiusura di Reader, che in pochi giorni ha già superato le 100.000 firme.

La seconda cosa è che esistono decine di alternative a Google Reader, come descritto in questo articolo sul corriere.it o anche in quest'altro su wired.it. La sorpresa sta nel fatto che tutte queste alternative erano praticamente ignorate dalla stragrande maggioranza degli utenti, me compreso. Sono (siamo) così abituato a utilizzare gli innumerevoli servizi di Google, e a pensare che siano i migliori esistenti, che neanche mi pongo (ci poniamo) la domanda se esiste una alternativa, magari migliore. Questo è per me un fatto molto negativo, perché dimostra ancora una volta che si conosce e si usa solo il più diffuso, invece che il migliore.

Non tutto il male viene per nuocere: io ho scoperto NewsBlur  (grazie +Andrea Grandi) servizio gratuito (o a pagamento, 2 euro al mese per l'account "Premium"), basato su Software Libero, e che, volendo, chiunque può installare NewsBlur sul proprio server, e usarlo in alternativa a Reader.

La terza cosa è che usando software o servizi basati su software proprietari si mette la propria vita digitale nelle mani di chi può disporne come crede, anche decretandone la morte senza appello. Meglio quindi scegliere Software Libero, che permette sempre un'alternativa, una "exit strategy", anche se magari di non immediata soluzione.

Infine, il nostro destino web è per grande parte nelle poderose mani del Gigante "buono", Google. Questa è una della verità site nel lato incosciente del cervello, e lì resta fino a quando decisioni come quella su Reader fanno pensare "cavolo! adesso come faccio?!?". Io stesso ho messo nelle sue mani email, blog, documenti, foto, social network (e chissà cos'altro). Tutto nei server di Google (chissà dove nel Mondo).

Mi fa venire una certa apprensione l'essere coscienti che un domani tutto questo potrebbe non esserci più, oppure (orrore!) essere rinchiuso in un recinto di "account a pagamento" che limiterebbe la mia libertà nel disporre dei miei dati.

Il sottoscritto ha cominciato oggi un'opera di diversificazione della propria vita digitale, prendendo in considerazione alternative - possibilmente libere - a tutti i servizi Google. Temo infatti che il motto di BigG stia cambiando da "Don't be evil" (non fare il cattivo) in "Don't be SO evil" (non fare TROPPO il cattivo").

sabato 2 marzo 2013

Come gestire le community Google Plus: Comunità è molto più che "community"

Quando qualche tempo fa apparve la funzione "community" su Google Plus ci fu un spontaneo e vivace fiorire di centinaia di community, le più disparate.

Le "community" (comunità) di Google Plus, sono gruppi all'interno del social network di casa Google, che permettono alle persone di riunirsi attorno a uno o più temi specifici. La community è simile al "gruppo" di Facebook, e si può essere invitati da persone che già ne fanno parte, oppure richiederne l'ingresso.

Personalmente sono stato invitato a molte di queste, almeno una ventina, credo anche a causa della varietà delle persone che compongono le mie cerchie (varietà è ricchezza). Alla fine ho accettato l'invito "solo" a una decina di queste, quelle che per me, in questo momento, sono di maggiore interesse.


La Comunità nelle community


Di un paio di queste community sono anche amministratore: ubuntu-it e kubuntu-it, appendici sociali della comunità ubuntu-it, che non ha potuto fare a meno di avere una sua presenza su Google Plus.

Del resto ubuntu-it, dopo qualche perplessità iniziale, è presente anche con una sua pagina su Facebook e un suo account Twitter. Questo dà modo di conoscerla a chi frequenta abitualmente questi luoghi virtuali. Personalmente ho sempre visto i social network come dei moderni bar virtuali, in cui la gente guarda e commenta quel che succede, un po' come facevano (fanno) gli anziani, seduti al bar del paese. Ma stavo parlando d'altro.

Moderatori: "Da grandi poteri, ecc. ecc."

Quando creammo le due community di ubuntu-it, una delle prime esigenze che sentimmo fu quella di ordinare un po' gli interventi. Infatti sulle community si possono inserire post molto liberamente, senza alcuna moderazione preventiva. Questa scelta è per dar modo a ognuno di intervenire liberamente, senza sentirsi sottoposto a un giudizio. D'altro canto, il lavoro per i moderatori aumenta, che sono chiamati a controllare che i post inseriti siano pertinenti all'argomento della community, e i toni delle discussioni rimangano nei limiti della buona convivenza e del rispetto reciproco.

Il moderatore però non è un poliziotto della buon costume internettiana (netiquette, questa sconosciuta), e ha di meglio da fare che star lì a tenere a bada chi si accapiglia virtualmente. Il moderatore è una persona al servizio della comunità, e il suo ruolo richiede un impegno costante nel tempo, per essere veloce nel rispondere alle esigenze delle persone che popolano la community. Questo vuol dire:
  • leggere regolarmente tutti i nuovi post e i commenti
  • dare un primo aiuto a chi chiede consiglio
  • proporre argomenti di interesse comune
  • indirizzare le discussioni, riportandole a toni civili se serve
  • cancellare senza pietà lo spam e i post fuori tema
Le attività dei moderatori sono a volte parecchio onerose, specie per chi - come tutte le persone di ubuntu-it - lo fa solo nel (poco) tempo libero.

Le regole di casa

Essendo il tempo prezioso, per evitare di imbarcarsi in discussioni lunghe e sterili su questo o quel post, come moderatori abbiamo deciso di adottare un regolamento per le community. Il buon senso - almeno per la mia esperienza - è del tutto inutile, specie quando lo si richiede agli altri. Meglio quindi delle regole ben codificate, che i moderatori applicheranno (loro sì) con il buon senso del padre di famiglia.

Il nostro regolamento è largamente "ispirato" al regolamento del Forum di ubuntu-it, e sperimentato sul campo da migliaia di utenti, che abbiamo semplificato per rendere più adatto a un social network.

Poco dopo l'adozione del regolamento, i fatti ci diedero (indirettamente) ragione: in un altra community, sempre con argomento Linux, seguii una discussione in cui un ragazzino, agli inizi della sua avventura su Linux, si lamentava dei consigli (maliziosamente sbagliati) dati da un altro appartentente alla stessa, molto più esperto. Quei funesti consigli arrecarono più di qualche danno al poveretto, suscitando al contempo (oltre al danno, la beffa) parecchie risate da parte degli altri appartenenti alla community, con qualche bonario richiamo a... RTFM.

É ora di finirla con 'sto "RTFM"!

Oltre al fatto che la community manchi di un regolamento, e che nessuno dei moderatori si sia sentito di richiamare il comportamento di chi ha mal consigliato, la cosa che trovo assolutamente inaccettabile è richiamarsi al principio del RTFM (che vuol dire "read the fu...ng manual", cioè "leggi il fot..to manuale" prima di fare domande), tanto caro ai geek della vecchia scuola, ma che ormai dovrebbe essere sepolto in quanto decisamente scortese e sorpassato.

Per carità, documentarsi prima di fare qualcosa deve essere la prima regola per chi comincia a imparare uno qualsiasi argomento, ma prima di questa è la solidarietà e l'aiuto reciproco, regola fondamentale per tutti quelli che nutrono interessi comuni, specie nei confronti dei neofiti. Credo anzi che il RTFM abbia limitato lo sviluppo di Linux e del Software Libero, essendo di fatto una specie di bullismo nerd, che ha fatto scappare più di qualche persona.

Come dicevo, si tiene insieme una comunità non solo con gli interessi comuni, ma soprattutto con la solidarietà, l'aiuto e il rispetto reciproco. Questi sono i valori aggiunti dei gruppi, che altrimenti hanno la stessa coesione di una mandria di buoi rinchiusi in un recinto.

Riepilogando, le tre semplici regole della community sono:
  1. Le regole della community devono essere chiare ed esplicite, ben visibili e condivise, ma
  2. Solidarietà, rispetto e aiuto reciproco sono anche più importanti delle regole stesse, e infine
  3. I moderatori sono persone al servizio, non poliziotti della community, devono aiutare le persone e come tali si comportano.
Buon divertimento!  

Dario Cavedon è un giovanotto di belle speranze, che ha passato i 40 ma non se li sente, è uno giovane dentro, anche se da fuori non si direbbe. Si dedica con passione alla diffusione del Software Libero, di Linux e di Ubuntu e di un sacco di altra roba, nel poco tempo che famiglia e lavoro gli concedono. Il resto lo potete leggere sulla breve biografia.

venerdì 30 novembre 2012

Ubuntu, guardare lontano

ATTENZIONE! Post lungo, prendetevi il tempo necessario! :-)
"Aveva la coscienza pulita. Mai usata." (Stanisław Jerzy Lec)
Il Software Libero come business

Una delle prime domande che si pone una persona quando si avvicina al Software Libero è "Se il software è distribuito gratuitamente, e mi posso farne copie legalmente e senza pagare licenze, come campa chi lo sviluppa?". Una persona, cresciuta vedendo le costose scatole di software in vendita sugli scaffali di negozi e supermercati (come il sottoscritto), o che è abituata a pagare una piccola fee per scaricare una app (come la generazione attuale), ha difficoltà a capire come funzioni l'industria del Software Libero. 

Le risposte alla domanda sono più di una. Chi sviluppa Software Libero può:
  1. modificare quello stesso programma libero (chi meglio di lui?) per persone o aziende che non sono in grado di farlo, o non ne hanno interesse
  2. sviluppare altri programmi a integrazione - liberi ma anche no - per chi ne ha bisogno ma non sa farlo o non ne ha interesse
  3. fornire supporto tecnico a persone o aziende che usano il Software Libero
  4. fornire servizi accessori come infrastrutture e (moda attuale) "cloud"
  5. vendere i supporti fisici con il software (DVD, CD ecc.).
Tutte queste cose le fa anche chi vende software proprietario, la vendita è appunto solo uno dei tanti modi per vivere di software.

Il "caso"

Canonical, che è il 50% dell'anima e corpo di Ubuntu (l'altro 50% è la Community) adotta le stesse risposte: fornisce assistenza, fornisce supporto, personalizza Ubuntu alle esigenze dei clienti, fornisce programmi accessori (anche non liberi, come Landscape), e ha un proprio negozio online, dove vende CD, DVD e altri gadget. Fin qui tutto bene.

I malumori sulle politiche remunerative di Canonical su Ubuntu sono iniziate solo recentemente, esplodendo in maniera dirompente con il caso "Amazon shopping lens". "Amazon shopping lens" è uno strumento di ricerca, disponibile da Ubuntu 12.10 in poi, integrato direttamente sul desktop di Ubuntu, che effettua ricerche sul sito di Amazon. In pratica digitando alcune lettere sulla "dash" di Ubuntu, il sistema cerca automaticamente i prodotti disponibili sullo store di Amazon, e visualizza i risultati. La ricerca sulla dash era inizialmente limitata alla ricerca di dati e programmi presenti sul PC, ma adesso permette di allargare le ricerche su Internet, sullo specifico sito del colosso americano delle vendite online.


Le critiche sulla "Amazon shopping lens"

Questa scelta, annunciata a sorpresa poche settimane prima del rilascio di Ubuntu 12.10 ha generato una serie di critiche da parte degli utenti. 

La prima critica è quella appunto dell'annuncio a sorpresa: l'inserimento di questa funzionalità è arrivato a ridosso del rilascio, quando (in teoria) modifiche non se ne potevano più fare. Una scelta così invasiva doveva forse essere condivisa con la Community, che contribuisce per molta parte allo sviluppo e alla diffusione di Ubuntu. In questo caso, le esigenze commerciali, con un probabile accordo tra le parti per sfruttare l'effetto sorpresa, hanno avuto però la meglio.

La seconda critica è quella sulla privacy: i dati delle ricerche viaggiano in chiaro su Internet, sono cioè visibili a chi avesse la santa pazienza di star lì a guardare i dati che passano su Internet. Malintenzionati potrebbero quindi "sniffare" i dati e scoprire i gusti musicali - e molto altro - di chi sta effettuando ricerche su Amazon dalla dash di Ubuntu. Scoprirebbe questo e poco altro in verità, ma potrebbe dare un discreto fastidio nell'animo sensibile delle persone che usano Ubuntu.

A questo, gli sviluppatori di Unity hanno risposto integrando una funzione per disattivare le ricerche, disponibile sulle "Impostazioni di sistema", nel pannello "Privacy". 


Questa scelta è detta "opt-out" (= è così definito il modo per togliersi di torno la pubblicità quando questa è inclusa nel prodotto). I più critici avrebbero preferito una "opt-in", che chiedesse esplicitamente di attivare l'integrazione ai soli interessati, ma tant'è. Comunque, si sta lavorando per migliorare la lens, introducendo: una gestione criptata dei dati per proteggere la privacy di chi usa la lens, un filtro al contenuto "non adatto" e migliore qualità delle ricerche.

Tutto questo serviva per spiegarvi il contesto, andando alla base delle motivazioni di Canonical

"Make it all make it sense"

Un vecchio spot dell'IBM recitava "Make it all make it sense" ("Fare tutto ha senso"): a quei tempi IBM era attiva su tutto lo scenario IT: costruiva computer, dal portatile al mainframe, sviluppava sistemi operativi, dal (compianto) OS2 per PC al MVS per mainframe, forniva consulenza e assistenza, erogava formazione. Un colosso. Poi le cose cambiarono, e IBM ha dovette restringere il proprio campo d'azione, lasciando o vendendo settori ritenuti poco remunerativi. 

L'arrivo di Linux sul mercato ha riportato in auge quel vecchio motto: Linux è un sistema operativo (vabbè, un kernel) così flessibile da poter girare "embedded" nella più piccola telecamera, ma anche nel 94% più potenti computer mondiali

Del resto lo stesso Mark Shuttleworth l'ha detto più volte, per esempio all'ultimo UDS-R:
"Ubuntu 12.10 was the beginning of this extraordinary push that we are making to create a open platform, a free platform, that spans everything from the phones, to the cloud and supercomputers" ("Ubuntu 12.10 è stato l'inizio di questo balzo straordinario che stiamo facendo, per creare una piattaforma aperta, una piattaforma libera, che si estende su tutto, dai telefoni, al cloud e ai supercomputer" - trad. by Dario)
L'obiettivo è di far girare Ubuntu (e quindi Linux) su tutti i sistemi che abbiano un processore (...in grado di far girare Ubuntu! ;-), cioè:



Ubuntu diventerebbe così un player mondiale, in grado di giocare il ruolo di terzo (o quarto) incomodo in molti dei settori di cui ho parlato in precedenza.

Alzare lo sguardo

Se pensiamo a questo scenario, guardando un po' più distante del contingente, possiamo vedere che il famoso bug #1 diventa solo uno dei tanti obiettivi potenziali di Ubuntu. Obiettivi ambiziosi, per cui è naturale per chi sta emergendo cercare accordi con tutti i giocatori in campo: Amazon è uno di questi, non è il primo e non sarà l'ultimo. Non si tratta di vendere l'anima al diavolo, bensì di mettersi in gioco accettando le regole, nell'impossibilità di imporle dal basso (dell'1% del mercato desktop, per dire).

Il ruolo della Comunità in questo contesto è dare un giudizio obiettivo a questi accordi, sottolineandone i difetti e contribuendo al miglioramento critico di Ubuntu. Un giudizio sicuramente di parte e appassionato, ma per questo tanto più sincero e attento. D'altra parte, Mark Shttleworth sta cercando di aggiustare il tiro: l'idea degli "skunk team" (esposta qui, e poi specificata anche qui), gruppi misti Canonical - Comunità che lavorano insieme a funzioni che non possono essere svelate subito al grande pubblico, ne è una dimostrazione, anche se all'inizio forse non è stata capita.

Finale a sorpresa

Poi comunque se ci pensate bene, Ubuntu ha già installato uno strumento:
  • che riconosce a Canonical una "affiliate revenue"
  • che fa ricerche in chiaro su Internet
  • che mostra contenuti "non adatti" e "non filtrati"
  • che registra tutte le ricerche effettuate e molto altro
  • che deve essere disabilitato a cura di chi lo usa (opt-out).

Voi sapete già di cosa sto parlando.


Dario Cavedon è un giovanotto di belle speranze, che ha passato i 40 ma non se li sente, è uno giovane dentro, anche se da fuori non si direbbe. Si dedica con passione alla diffusione del Software Libero, di Linux e di Ubuntu e di un sacco di altra roba, nel poco tempo che famiglia e lavoro gli concedono. Il resto lo potete leggere sulla breve biografia.

mercoledì 30 novembre 2011

Nuova Google Bar: Google Chrome OS de facto

Qualche mese fa, quando Google+ cominciava a entrare sui nostri computer e nelle nostre vite, avevo fatto un post, in cui parlavo anche della "Google Bar", la barra nera che compare in alto nel browser, quando si accede ai servizi di Google, una sorta di menu che contiene tutte le applicazioni Google.

Google Bar, come l'abbiamo finora conosciuta


Lo scopo della barra è semplice: integrare in un unico posto (a sinistra) le app e permette di passare facilmente dall'una all'altra. Alla destra invece un'altra serie di menu, contiene i "Google+ tools". Nell'ordine:
  • Nome e cognome: le proprie impostazioni personali
  • Numero: le notifiche di Google +, si colora di rosso quando appaiono nuove notifiche
  • Condividi: per inserire i propri pensieri e link su Google+
  • Avatar: (un'altra volta) le proprie impostazioni personali
  • Rotellina: le impostazioni dell'app Google che si sta usando in quel momento (Gmail, Google+, Google Docs, ...)
Il limite di questo modello sta nel fatto che toglie prezioso spazio verticale, su monitor già schiacciati dal formato 16:9 o 16:10.

Google Bar, come sarà a breve

Dello spreco, se ne sono accorti anche dalle parti di Google, che hanno deciso di cambiare approccio. La Google Bar non ci sarà più e verrà sostituita da:
  • Google Menu: un menu da cui si accede alle app di Google (e molto altro)
  • Ricerca: per effettuare ricerche all'interno dell'app attiva
  • Google+ tools: gli stessi strumenti presenti adesso a destra nella Google Bar
Il tutto viene spiegato da un breve video fatto da Google (in inglese).



La barra sparisce, lasciando il posto a un menu e un "family feeling", una sorta di parte superiore comune, più flessibile, che in futuro potrebbe essere ulteriormente migliorata.


Il Google Menu, in quella posizione, a me ricorda vagamente il menu di GNOME 2.x, e lo vedo come un piccolo passo nella direzione Google Chrome OS. Di fatto: una volta che si accede al proprio account Google, si hanno a disposizione tutti i servizi "cloud computing" di Google a distanza di un click.

Orientando lo sguardo ancor di più verso l'orizzonte, si potrebbe vedere un utente che accende il computer, avvia il proprio browser e poi usa solo le app di Google per il resto del suo tempo. Difficile (e inutile) dire a questo punto se si sia così importante il Sistema Operativo che si sta usando, dal momento che alla fine si usa solo materiale made in Google...

Se orientate la vista verso quella direzione, probabilmente state guardando nella stessa direzione di Google.


Link:

Mio precedente post su Google+ e Google Bar
Posto sul blog di Google che annuncia la nuova Google Bar (in inglese)

martedì 20 settembre 2011

Google+ aperto a tutti

Sembra che sia finita la fase di prova Google+


E adesso cosa me ne faccio dei 150 inviti che mi sono rimasti???

Link:


Mio post su Google+

martedì 16 agosto 2011

Google compra Motorola: another one step in the right direction

La notizia del giorno è "Google compra Motorola". Anche se sinceramente la notizia dovrebbe essere "Google compra Motorola, ma allo stesso prezzo poteva portarsi a casa uno Stato Europeo". Se vi fosse sfuggito, Google ha speso 12,5 billion (=miliardi) di dollari, che è più o meno quello che la BCE spende per comprare titoli di Stato dei paesi in crisi (tra cui anche l'Italia).

La lista della spesa

Ma la cosa più strana è che sono tutti lì a parlare dei 17.000 brevetti che Google acquisisce con Motorola, per carità, importanti. Ma il disegno di Goolge è più grande.

Riepilogo:
  • dotarsi di un proprio browser, strumento indispensabile per la navigazione Internet, giusto per cominciare: fatto (Google Chrome)
  • dotarsi di un proprio sistema operativo per PC che ha come base il browser Google Chrome: fatto (Google Chrome OS)
  • dotarsi di una struttura per il cloud computing: fatto
  • dotarsi di programmi per il cloud computing: fatto (Google Apps)
  • dotarsi di un proprio PC che usa il sistema operativo Google Chrome OS e Google Apps: fatto (Google Chromebook)
  • dotarsi di un proprio sistema operativo per tablet e smartphone: fatto (Android)
  • dotarsi di una piattaforma di distribuzione di software per il proprio sistema operativo Android: fatto (Android Market)
  • dotarsi di un proprio smartphone che usi Android e Android Market: fatto (Google Nexus)
  • dotarsi di propri tablet e smartphone, senza ricorrere a terzi: fatto (la prossima Googletorola)
  • dotarsi di un proprio PC, senza ricorrere a terzi: ancora da fare
Motorola Xoom, tablet che usa Android

Avrò sicuramente dimenticato qualche elemento nella lista della spesa, però è palese che Google vuole creare una soluzione globale hardware + software, sul modello Apple.

Sempre più Gloooooobale

Direi anche migliore del modello Apple, che ha scelto la fascia di mercato dei tecno-fighetti (scusate, ma non trovo una definizione migliore), che è danarosa e propensa alla spesa, ma solo una fascia limitata del mercato. Google punta invece al "mainstream", al malloppo grosso, la fascia di mercato degli smartphone, tablet e PC popolari e più diffusi, anche se meno costosi dei modelli di Apple.

Se non fosse per il fatto che siamo tutti tranquilli che Google è il bene, sarebbe da essere preoccupati della presenza pervasiva di Google in ogni aspetto della nostra vita digitale.


Link:

Notizia su TechCrunch (in inglese)
Il mio post su Google+

giovedì 30 giugno 2011

Gira nel mio cerchio! (un primo sguardo a Google+)



Fino a poche ore fa Google+ (si legge Google Plus, ehm, Presidente, lo pronunci bene: Gùgol Plas!), il nuovo social network di Google era un oggetto misterioso, riservato a pochissimi fortunati (?) selezionati invitati beta tester. Se devo essere onesto, anch'io sbavavo all'idea di entrare in possesso di un prezioso invito.

Poi, stamattina, un amico (grazie Nicola!) ha condiviso con il sottoscritto il suo primo post su Google+, e automagicamente sono stato catapultato alla schermata di login.


Inseriti i 4 dati minimi che richiedeva per l'autenticazione, e il gioco è fatto. Ho passato qualche minuto a smanettarci un po' su, e queste sono le prime impressioni.

YASN (Yet Another Social Network)? Si, ma...

La prima impressione, arrivando su Google+ la prima volta è di dejà-vu. Quel look un po' così... che fa tanto... beh!


C'è poco da fare: Google+ si ispira pesantemente (=copia spudoratamente) l'ormai rodato Facebook. Penso che sia dovuto dal fatto che in questo modo chi arriva da FB si trova a suo agio con l'interfaccia. Ma soprattutto, perché copiare è più facile che inventarsi qualcosa di nuovo! In realtà qualcosa di nuovo c'è ma non è così immediatamente percettibile.

La barra superiore

In alto, di colore nero, che l'occhio ormai non ci fa più caso, c'è una barra, che Google ha reso comune tra tutte le sue app (Gmail, Docs, Calendar, Maps, ...). Solo Blogger non ce l'ha, ma forse è solo una questione di tempo e poi sarà inserita anche lì. Una volta avuto l'accesso a Google+, la "barra superiore" (non so se si chiama così), appare una nuova casellina, "Notifiche". In quella casella appaiono le notifiche degli aggiornamenti da Google+.


La cosa interessante è che la barra superiore è appunto comune a tutte le app di Google, e quindi le notifiche appaiono qualsiasi sia l'applicazione aperta in quel momento, Gmail, Calendar o anche Maps. In una parola: integrazione.

Quando è successo qualcosa su Google+, la casellina delle notifiche si colora di rosso e appare un numero, pari a quante notifiche ci sono da leggere. Facendo clic sopra si scopre l'elenco delle notifiche da leggere.


Non solo, facendo clic sul testo della notifica, appare tutta la storia dell'aggiornamento, direttamente sulla app attiva in quel momento, senza la necessità di andare su Google+. Integrazione, appunto.

Chat trasversale

Ovviamente Google+ ha la sua chat, che non è altro che una versione migliorata della Google Talk che già ci eravamo abituati a usare su Gmail. La chat è proprio la stessa, tanto è vero che una conversazione può partire su Gmail e poi spostarsi si Google+, mantenendo intatto il testo della conversazione. Quasi intatto, nello spostamento ogni tanto si perde i pezzi, ma sono sicuro che con il tempo sistemeranno questo problema.


Gira nella mia cerchia!

La cosa più interessante e nuova di Google+ sono le "cerchie" (circles, in inglese). Per "cerchia" si intende "cerchia di persone", cioè un gruppo di persone che ognuno di noi identifica come appartenenti a una certa categoria. Per esempio "amici", "colleghi", "familiari", "amici del Bar Sport". In Google+, una cerchia è proprio la stessa cosa: un gruppo di contatti classificati in base al gruppo di appartenenza, che può essere del tutto personale e arbitrario.


Per esempio, ho classificato una parte dei miei contatti (che Google+ ha importato automaticamente da Gmail, ricordate l'integrazione?), nella cerchia "Ubuntu", una parte di questi contatti è anche nella cerchia "LUG", una parte no. In più sto popolando la cerchia "Amici", che contiene altre persone ancora o che fanno parte delle cerchie "Ubuntu" e "LUG".



Una volta capito, il meccanismo è molto facile e intuitivo. Questa classificazione dei contatti serve poi quando si inseriscono i propri aggiornamenti, perché gli stessi si possono condividere con le cerchie che si vuole, oppure con tutti (Pubblico). Questo è un bel passo avanti rispetto a Facebook, che aveva solo classificazioni generiche di chi poteva vedere i propri aggiornamenti (Amici, Amici di amici, Tutti), e quindi più discutibili dal punto di vista della privacy. Ma questo è un altro discorso.

Social video, the next step

Il prossimo passo del social networking potrebbe essere "Videoritrovi" (Hangout in inglese), un'applicazione che permette di chiacchierare con gli amici condividendo oltre che le parole anche audio e video. Questo è possibile tramite un apposito plugin, da scaricare e installare sul proprio PC, disponibile per tutti i sistemi operativi, anche per Linux (!). Non ho ancora avuto modo di provarlo, manca per adesso la materia prima (=amici con cui chiacchierare :-) ma sicuramente non mancherò...



Qualche pensiero sparso, a caldo dopo qualche ora di utilizzo discontinuo.

Difficile dire adesso che ne sarà di questo nuovo social network. A qualcuno, saranno già venuti a noia, i social network. Per adesso, Google+ sembra una buona base su cui costruire, ma povero di contenuti. I contenuti - le varie applicazioni - verranno col tempo, compresi gli odiosi giochini mangia-tempo.

Per quanto riguarda la concorrenza, Facebook e Google+ possono tranquillamente coesistere, sono sicuro che tra poco tempo gli aggiornamenti di uno saranno visibili sull'altro e viceversa, tramite gli appositi plugin di integrazione.

Le cerchie sono una buona idea, e Facebook le copierà, o prenderà pesante ispirazione da esse.

Google guarda lontano

La forza reale di Google+ sta nella sua (quasi) perfetta integrazione con tutte le altre app di Google. BigG sta chiudendo gli utenti dentro un bel recinto di applicazioni che dialogano l'una con l'altra. Se ci pensate, il vero avversario di Google+ non è certo il "povero" Facebook, anche se a breve termine sarà quello che ne subirà le più pesanti conseguenze. Google+ è solo un tassello nella strategia globale a medio-lungo termine di Google.

Google sta creando un ecosistema, permettetemi di chiamarlo così, che si completa con Chromebook e ChromeOS, simile a quanto fatto da Apple con i suoi dispositivi iPod, iPad, iMac, i-asterisco-punto-asterisco. Questo è il vero obiettivo di Google, e Google+ è solo un passo avanti in questa direzione.


Link:


Google+

venerdì 11 febbraio 2011

In Google ti pagano anche per fare questo!

Google ultimamente si sta scatendando con le infinite variazioni del proprio nome.

L'altra sera, 8 febbraio ero alla riunione sttimanale del LUG. Non è che vada spesso su google.it. Per le ricerche di solito uso la casella di ricerca inglobata su Firefox.
Chissà perché quella sera son capitato sulla home page, e mi ha sorpreso e divertito il nome Google trasformato negli oblò del fantastico sottomarino Nautilus,

(Ah, non tentate di manovrare la leva qui sopra: è solo un'immagine! :-) 

senza contare l'incredibile comando posto a destra della scritta, quello che sembra un fiammifero: manovrando su quella leva si poteva comandare il Nautilus fino ad arrivare a 20.000 leghe sotto i mari! UAO! Il doodle di Google era dedicato al 183esimo anniversario della nascita di Jules Verne, lo scrittore francese autore appunto di "Ventimila leghe sotto i mari".

Se poi vogliamo dare uno sguardo geek alla cosa gli uao raddoppiano: l'effetto di sottomarino-sotto-il-mare è stato ottenuto con solo codice HTML standard! UAO UAO!

Oggi si replica con una bella immagine GIF animata, che festeggia il 164esimo anniversario della nascita di Thomas Alva Edison, inventore della lampadina, tra le altre cose.


(fare clic sull'immagine per vedere l'animazione)

Ad essere sincero, l'unica cosa che riesco a capire è il telegrafo (è un telegrafo?) che fa da "G" e la lampadina che fa da "elle". Il resto delle invenzioni illustrate mi sono abbastanza oscure...

Resto dell'idea che in Google si divertano molto, mentre (?) lavorano.


Link:

Notizia del Google Nautilus su webmonkey.com

mercoledì 3 giugno 2009

Bing (o) Bongo

Questo è quello che ho pensato quando ho letto la notizia del nuovo motore di ricerca, "Bing". Una roba da scimmie, insomma.
Le scimmie, sono quelle ammaestrate, che pensano che il sistema a finestre sia l'equivalente del computer, ignorando che è un computer anche il loro telefonino, la loro macchina fotografica digitale, il loro lettore MP3 e il loro forno a microonde.

Le scimmie sono quelle che non sanno pensare con le loro teste, e per questo imitano (scimmiottano), il motore di ricerca più famoso e utilizzato al mondo, ottenendo risultati mediocri.

Un paio di faziosi esempi, appena provati.

Se cerco la parola "Linux", con Google e con Bing, sia lasciando che togliendo tutti i filtri, ottengo risultati diversi, sia in termini di volumi di risultati - 477 milioni di pagine Google contro "solo" 432 milioni Bing - sia in termini di qualità: Google come primo risultato dà il termine "Linux" su Wikipedia, Bing come primo risultato (non commerciale) dà il link a una rivista su Linux (eehh??).
ricerca su Google di "Linux"
ricerca su Bing di "Linux"

Se poi proviamo a cercare "ubuntu", anche in questo caso il risultato è quanto meno strano: su Google 93,4 milioni di pagine, su Bing (o) solo 3,8 milioni. In questo caso però i primi link sono più o meno gli stessi. Bontà loro!

ricerca su Google di "ubuntu"
ricerca su Bing di "ubuntu"

Altra cosa: Bing non mostra attualmente alcun suggerimento di ricerca, e preview di risultati, che invece Google fa da anni.

Pensiero lampo: Bing è "Live" (motore di ricerca della stessa discutibile provenienza), cambiato di nome. La delusione a usarlo però è la stessa.

Domanda lampo: Bing è un tentativo di imitazione o è davvero una alternativa a Google?

Link:

Notizia del nuovo motore
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